Francesca Naibo è una chitarrista versatile ed eclettica. Oltre alla formazione classica, ha approfondito lo studio della musica contemporanea e dell’improvvisazione con Elena Casoli, Fred Frith e Alfred Zimmerlin, presso le università di Berna e Basilea. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Helmut Lachenmann, Marc Ribot e George Lewis.
Nel corso del nostro dialogo approfondiremo il suo percorso artistico, con particolare attenzione al tema dell’improvvisazione libera.
Ed. note: la prima parte del dialogo è stata pubblicata nel 2021 sulla rivista Guitart.
Grazie Francesca, per la tua partecipazione.
Namatoulee è il nome del tuo primo lavoro solista. Come nascono le idee musicali presenti nel disco e come si affiancano ai titoli scelti?
Il disco contiene 14 improvvisazioni che ho creato in studio di registrazione e sono tutte idee nate nel momento stesso in cui le ho registrate. L’improvvisazione libera è una musica che non si appoggia a uno spartito ma fa leva sulla transitorietà dell’attimo e sulla sua energia irripetibile. È una sfida molto grande per il musicista perché ci si gioca tutto senza filtri, consapevoli che ciò che si realizza è destinato a non essere riproducibile, se non attraverso una registrazione. È una dimensione molto intima che ti costringe a riflettere profondamente sul significato stesso del nostro strumento e in generale della musica.
Per registrare Namatoulee mi ero data un’unica “regola”: i pezzi non avrebbero dovuto superare i 5-6 minuti di durata. Desideravo proporre degli ascolti accessibili a tutti ed essere essenziale, non prolissa. Ho inoltre cercato di limitare l’uso di effetti o di preparazioni sullo strumento in ciascun brano, in modo da creare piccoli mondi sonori indipendenti. Questa organizzazione è stata tradotta nella tracklist con parole di una lingua che non esiste, semplicemente scegliendo dei fonemi che descrivessero ciò che avevo suonato e combinandoli tra loro come in una sorta di lego acustico. Desideravo fornire dei titoli all’ascoltatore che non suggerissero immagini o storie, solamente il contenuto sonoro che ci si accinge ad ascoltare.
Ho sempre pensato all’improvvisazione come l’arte che trasforma il musicista in ricercatore costante di nuovo materiale sonoro, portandolo ad assumere un ruolo che unisce la figura dell’interprete a quella di compositore. Nel corso della tua carriera ti sei spesso confrontata con diverse esperienze musicali. Com’è cambiato il tuo modo di affrontare lo studio sullo strumento da quando ti dedichi all’improvvisazione?
Col mio avvicinarmi all’improvvisazione lo studio si è scisso in due sezioni: lo studio del repertorio e lo studio dell’improvvisazione. Questi due momenti però non sono impermeabili uno all’altro, anzi, si influenzano e contaminano spesso, con risultati davvero soddisfacenti.
Quando studio il repertorio mi piace esplorare possibilità interpretative diverse e qualità di suono varie, per non limitare lo studio a una ripetizione di gesti e indicazioni scritte. Anche la tecnica risente positivamente della freschezza improvvisativa: cerco sempre di unire gli esercizi a semplici varianti ritmiche, dinamiche, timbriche per vivere quotidianamente uno studio stimolante. Quando invece studio improvvisazione alterno sessioni senza obiettivi prefissati (approfondendo tematiche emerse dall’approccio spontaneo alla chitarra in quel determinato giorno) ad altre più pianificate su lunghe distanze temporali. Spesso decido di dedicarmi per una settimana o più a un determinato suono (come un particolare pedale o l’uso di una preparazione), oppure di studiare come gestire un’improvvisazione su uno specifico minutaggio; adoro dedicarmi allo studio di accordature inusuali inventate da me, per saper gestire la libertà di un nuovo orientamento tra i tasti e per godermi armonie impossibili da ottenere altrimenti.
Lo studio dell’improvvisazione è in me molto influenzato dall’approccio di tipo accademico, con tutta la cura, la disciplina e la profondità esplorativa che comporta. Considero importante studiare tecniche estese ed effetti con la stessa serietà e precisione che chiedono legature e barrè.
Per improvvisare ho scelto di utilizzare principalmente la chitarra elettrica, grazie all’ampliamento di possibilità sonore che mi concede. Trovo entusiasmante notare come i miei due strumenti (classico ed elettrico) mi facciano concentrare su particolari diversi, influenzandosi a vicenda: sul primo riesco ad immaginarmi suoni potenti ed avvolgenti, sul secondo posso lavorare con suoni microscopici. In entrambi i casi, rendo profondo e maturo il contatto di entrambe le mani con la corda ed esploro in modi differenti la fisicità dello strumento.
Da interprete, ho notato che l’improvvisazione molte volte può spingere ad un “eccesso di libertà”, aprire a strade diverse e non sapere quale sia la scelta più giusta. Le possibilità, considerando l’enorme quantità di effetti a cui possiamo affidarci oggi, sono infinite. In che modo basi le tue ricerche sonore e le riproponi nelle tue performance? Selezioni gli effetti che userai ponendoti dei “limiti” oppure preferisci un risultato estemporaneo?
Generalmente preferisco non darmi limiti. Di indole mi piace avere tutto sotto controllo, ma grazie all’improvvisazione ho iniziato ad esplorare un territorio che ignoravo: la freschezza dell’immediatezza, l’energia che precede e scaturisce da un gesto, la forza di un avvenimento inaspettato, caratteristiche che più difficilmente posso riscontrare con la stessa intensità in un atto pianificato.
Improvvisare su uno strumento è un gesto naturale e del tutto istintivo; in molti paesi europei l’improvvisazione è un’attività educativa che aiuta i bambini ad avvicinarsi al mondo della musica. Da tempo unisci il ruolo d’interprete a quello di insegnante. Pensi che questa disciplina abbia anche un carattere istruttivo per avvicinare i giovanissimi?
Assolutamente sì. Ho iniziato ad interessarmi all’improvvisazione 11 anni fa, da allora ho studiato tanto con insegnanti validissimi e ci tengo a sottolineare che “l’improvvisazione non si improvvisa” (celeberrima affermazione di Giancarlo Schiaffini), ma si studia. È un percorso che richiede tempo ed esercizio, pazienza e sviluppo: sarebbe estremamente riduttivo e superficiale limitarlo a un “puoi fare quel che vuoi”. Trovo che il musicista del XXI secolo abbia bisogno di ricercare una voce profondamente personale, processo che avviene anche attraverso un approccio ludico, l’esplorazione dello strumento e una capacità di ascolto molto intenso.
Insegno da molti anni ed ho sempre proposto nelle mia attività piccoli esercizi durante le lezioni individuali (utilissimi per fare un piccolo riscaldamento o chiudere l’incontro in modo creativo), come anche intere unità didattiche o workshop di approfondimento. Si possono proporre a tutte le età, ma trovo particolarmente facilitati ed istintivi i bambini fino agli 11 anni: l’assenza di pregiudizio nei confronti di suoni a loro sconosciuti li rende molto disinvolti. Il risultato più stupefacente che vedo ottenere ai più giovani è lo sviluppo di un miglior ascolto, non solo di brani musicali ma anche dei suoni della chitarra e del mondo che li circonda. Chi prosegue gli studi raggiunge una maggior convinzione in tutto ciò che si suona – poiché l’intenzione si fa consapevole e profonda – e una dose di divertimento sia nello studio che nella performance, che trovo importante per continuare ad innamorarsi della chitarra e della musica giorno dopo giorno.
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Francesca, riprendiamo questo dialogo dopo tanti anni. Da Namatoulee hai registrato moltissima musica: penso a Correspondances Vol. 1 e 2, con José Dias, a Opal, in collaborazione con Maddalena Ghezzi, e soprattutto al tuo secondo disco solista, So Much Time. Quest’ultimo è un lavoro che vuole esplorare il tempo e il suo significato: un passaggio importante, considerando che è stato scritto tra il 2020 e il 2022. E soprattutto un dialogo tra la tua voce e lo strumento.
Cosa è cambiato per te da Namatouleea oggi? Senti che il tuo lavoro con lo strumento abbia subito una trasformazione?
Ho la sensazione che si siano evolute tante cose, grazie alle svariate esperienze che ho avuto occasione di vivere negli ultimi 5 anni che corrispondono all’inizio della mia attività discografica. Mi sono dedicata a progetti molto diversi, con il desiderio di sperimentare e cercare di non ripetermi troppo, pur mantenendo un suono personale e riconoscibile. Proprio per questo motivo ho pubblicato lavori in collaborazione ad esempio con José e Maddalena: ho accolto con piacere le loro proposte e mi sono chiesta come evolvere il mio linguaggio ed il mio approccio allo strumento quando sono in dialogo con altre persone ed altri strumenti.
A proposito di strumenti, da Namatoulee è arrivato un cambiamento importante: proprio nel 2020 infatti ho iniziato la mia esplorazione di una nuova chitarra, una magnifica Gibson Barney Kessel del 1966. Rispetto alla Godin Kingpin 5th Avenue che ho usato in Namatoulee (e che continuo a suonare), la Gibson mi offre la possibilità di due pickup (che vanno anche in controfase) e del Bigsby, oltre ad un suono straordinario e delle dimensioni impegnative (è ß una 17”!).
Nella preparazione di So Much Time ho quindi incanalato tutto il lavoro di ricerca che era già iniziato con il primo album, ma che ha avuto linfa dall’arrivo della nuova chitarra e dalla richiesta da parte dell’etichetta Ramble Records di realizzare il disco. Con l’obiettivo di non limitarmi a proporre un secondo album di improvvisazioni libere, ho deciso di intraprendere una via diversa con questo lavoro, realizzando un vero e proprio concept album.
«So Much Time» infatti è un lavoro sul tempo in tutte le sue sfaccettature: il tempo lontano di ricordi sbiaditi che emergono dalla memoria, il tempo che scorre a velocità diverse, il tempo compresso e dilatato delle nostre vite, il tempo che ritorna a fasi, il tempo stratificato di esperienze ed eventi. «So Much Time» è un album autobiografico, perché al suo interno vi sono tracce del mio tempo presente, del mio tempo passato e del futuro. Riflettere sulla mia evoluzione è stato faticoso ma necessario e per affrontare questo processo mi sono avvalsa di un grande tesoro conservato a casa dei miei genitori: album fotografici, videocassette, audiocassette. I ricordi del mio passato sono custoditi lì, è stato meraviglioso poterlo rivivere; ma è stato altrettanto stimolante notare quali frammenti del mio attuale tempo presente fossero già in qualche modo avvolti in quel passato, e viceversa il legame tra presente attuale e passato e tra futuro e passato.. sento la circolarità del tempo, come si avviluppa e si aggroviglia. Elaborare e filtrare tutto questo attraverso i miei suoni è stato un lavoro molto impegnativo ma estremamente stimolante. In questo album si crea un dialogo a tre voci: quella della chitarra, la mia voce da bambina (presa da due vecchie audiocassette registrate quando avevo 8-10 anni) e la mia voce da adulta. L’incorporazione dell’uso della voce si è fatto molto ampio in questo album, grazie anche a dei primi esperimenti in Namatoulee ed in Opal (l’EP in duo con Ghezzi).
Registrare un lavoro discografico significa affrontare diversi passaggi in cui il suono viene impresso e lascia un segnale indelebile per tutta la tua carriera. Sembra quasi l’opposto dell’improvvisazione, che invece non punta alla permanenza dell’esecuzione, ma può mutare da un momento all’altro. Credi che possa esserci una qualche incongruenza tra queste due scelte?
No, penso invece che siamo fortunati ad avere dei mezzi tecnologici che ci permettano di riascoltare delle improvvisazioni meravigliose di musiciste e musicisti di varie epoche. Non sarebbe un peccato per le nuove generazioni non poter ascoltare nulla di quanto inciso ad esempio da Derek Bailey, solo per un’idea di coerenza e purezza da rispettare? Questo tema si lega profondamente all’idea di memoria. Un pensiero che mi ha colpita molto tra le pagine della rivista di chitarra “Il Fronimo” è del compositore Maurizio Pisati, che afferma che il disco “è l’immagine in rotazione del tempo, un orologio in cui giri il quadrante e non le lancette, l’immagine del perpetuarsi della memoria in una traccia incisa o specchiata da un laser. Una piccola terra piatta su cui la nostra traccia gira e rimane per sempre. Cioè è un desiderio egocentrico e presuntuoso, una felice illusione, uno strumento di studio, un oggetto per il godimento sonoro”. Non appena lessi questa sua intervista nel 2019, decisi che era giunto il momento di andare in studio di registrazione per registrare il mio primo disco. Un altro pensiero su cui ho riflettuto è contenuto nel celebre “Improvvisazione. Sua natura e pratica in musica” di Derek Bailey, il quale, nel paragrafo dedicato alla questione delle registrazioni all’interno della Parte Quinta, si fa portavoce di chi accusa i dischi di alterare e non essere fedeli alla naturale atmosfera del contesto nel quale si fa improvvisazione, “l’incontrarsi della musica con il luogo e l’occasione”. In questi anni ho realizzato che la mia motivazione per registrare la mia musica improvvisata è insita nel luogo stesso in cui lo realizzo: è mio compito rendere al meglio con i miei suoni il luogo e l’occasione, una situazione di profonda solitudine ed isolamento fisico e spirituale, e al contempo la relazione che si instaura con il fonico, il mio pubblico reale, e con quello immaginato e percepito, ideale, passato e futuro. Ed ora che ho alle spalle varie esperienze di incisioni, posso anche affermare che andare in studio di registrazione è molto divertente, qualsiasi tipo di musica si voglia incidere!
In che modo scegli le tracce e organizzi il materiale per una registrazione? Selezioni intere esecuzioni, tagli alcune parti improvvisate o preferisci unire diversi frammenti?
Il mio approccio a questa questione è cambiato molto nel corso degli anni, grazie alle esperienze maturate di volta in volta in studio. Per Namatoulee l’idea era per lo più quella di tagliare il meno possibile: sono infatti pochissime le tracce che hanno avuto interventi di questo tipo. Con So much time invece mi sono trovata a cambiare approccio per necessità, poiché, nonostante l’idea iniziale di mantenere il metodo del lavoro precedente, sentivo che per alcuni brani volevo una base improvvisativa, per poi strutturare la composizione aggiungendo parti o layers. Lavoravo inoltre per la prima volta con del materiale pre-esistente, cioè le registrazioni su audiocassetta che avevo pazientemente selezionato e sezionato prima delle giornate di registrazione, con lo scopo di poter entrare in studio con molti frammenti da poter giustapporre, sovrapporre o contrapporre alla musica. In So Much Time quindi alcuni brani sono rimasti quasi intonsi dopo la registrazione (come Insistere e E se poi te ne penti?), ma per la maggior parte dei pezzi c’è stato un editing differente che era spinto dall’espressività della musica. Ad ogni modo, come era successo perNamatoulee, anche per il secondo album ero entrata in studio senza alcuna idea di cosa sarebbe uscito dalle due giornate di registrazione, per mantenere un approccio di freschezza e recettività che quasi sempre mi fanno sfruttare a pieno il lavoro in studio.
Abbiamo notato che la tua carriera si è arricchita anche dal punto di vista formativo, con l’ottenimento della Certificazione d’insegnamento di Deep Listening®. Vuoi parlarci di questa esperienza?
Il Deep Listening è un metodo ideato e sviluppato dalla compositrice statunitense Pauline Oliveros. Entrai in contatto con la sua opera per la prima volta durante i miei studi a Basilea e ne rimasi impressionata dalla forza e dalle potenzialità creative. Nel 2021 ho avuto la fortuna di partecipare ad un Deep Listening Study Circle (gruppo di lavoro che ogni aspirante facilitatore di Deep Listening deve creare e guidare durante la propria formazione) con Diana Lola Posani (che si è in seguito occupata della traduzione in italiano di alcuni testi di Oliveros, pubblicati da Timeo) e sono entrata per la prima volta in contatto con la pratica di questo approccio, che è la sua natura più importante. Nonostante le attività fossero da remoto, ho appreso tantissimo e ho sentito subito quanto beneficio questa pratica abbia portato nella mia vita, sia musicale che di tutti i giorni. Spinta dall’entusiasmo che ho provato, ho deciso in seguito di iscrivermi ai due moduli ufficiali del Center for Deep Listening, che attrae appassionati di Deep Listening ed aspiranti facilitatori da tutto il mondo, ed ho completato il periodo di studi.
In questo periodo sto pianificando vari workshop di Deep Listening in vista del prossimo anno, in cui cadrà il 10° anniversario della morte di Oliveros, specialmente per gli studenti dei Conservatori. Trovo che possa essere una valida opportunità per concentrarsi sulla base di ciò che trattiamo nel nostro lavoro: il suono e l’ascolto. La rivoluzione del Deep Listening consiste proprio in questo: è un approccio rivolto a chiunque abbia interesse a concentrarsi sulla dimensione dell’ascolto, si svolge attraverso l’esperienza pratica di esercizi, improvvisazioni e meditazioni che coinvolgono tre macro aree: l’ascolto percettivo “tradizionale”, l’ascolto attraverso il corpo e il movimento, l’ascolto attraverso i sogni.
Secondo Pauline Oliveros ascoltare significa “imparare a espandere la percezione dei suoni per includere l’intero continuum spazio-temporale del suono, comprendendo la maggior parte possibile della sua vastità e complessità”.
Il Deep Listening è anche una pratica creativa, perchè invita chi partecipa a trovare il proprio personale modo di prendere parte a esercizi e meditazioni, oltre che a inventare nuovi esercizi e text scores. La dimensione pratica e ludica rende le attività coinvolgenti, senza venir meno alla forte componente di concentrazione che ogni incontro richiede. Oliveros definisce il Deep Listening anche come pratica di guarigione (healing), poichè consente di instaurare una forte connessione tra corpo e mente attraverso il suono e favorisce una presa di consapevolezza sul presente e sulla propria soggettività di grande impatto. Le idee rivoluzionarie di Oliveros coinvolgono anche la dimensione di comunità, favorendo il lavoro di gruppo e di scambio tra persone. La compositrice affermò infatti che con il suo lavoro non era interessata alla costruzione della propria carriera, quanto a quella di una comunità: in questo senso, praticare il Deep Listening può stimolare le giovani generazioni di musicisti a pensare al mondo (musicale e globale) sotto una nuova luce, lontano dalle logiche individualistiche, interrogandosi su quale sia il posto che la musica, il suono e le connessioni abbiano nella loro vita.
Inoltre, stai portando avanti un dottorato di ricerca in Linguaggi dell’improvvisazione nelle musiche contemporanee presso Siena Jazz. Come sta procedendo questo progetto?
Sono molto felice di aver intrapreso questo percorso a Siena Jazz, dove i corsi dottorali sono stati completamente dedicati ai linguaggi dell’improvvisazione nelle musiche contemporanee. Il progetto è stato avviato a dicembre 2024 e durerà tre anni, sono quindi ancora agli inizi, ma ho già esplorato molto di ciò che mi sono prefissata ed è sorprendente osservare quante cose si possono scoprire durante il percorso. Il titolo che ho scelto per il mio progetto è “Am I right? Exploring guitar handedness through improvisation” e si concentra sull’esplorazione dell’asimmetria del gesto tipica della chitarra, attraverso un punto di vista peculiare come quello del mancinismo chitarristico, che mi riguarda in prima persona. Partendo dallo studio del coinvolgimento delle mani nella prassi esecutiva tradizionale e contemporanea, sto esplorando approcci gestuali chitarristici nuovi, che facciano leva sulla presenza e coordinazione di due arti che possono scardinare il concetto di “mano forte”, rendendo l’asimmetria un terreno fertile di ricerca di suono. Ovviamente con questo tipo di operazione viene meno la stabilità che mi sono creata durante tutto il mio percorso chitarristico, che si basa su una tecnica con precisi ruoli di mani, braccia e dita. Mi interessa indagare proprio questa instabilità che si verifica con l’inversione di abitudini e prassi esecutive, e la sto applicando nel campo dell’improvvisazione libera. Naturalmente dobbiamo considerare che dopo un po’ di tempo il sistema incontrollato che devo affrontare diventa in qualche modo controllato, quindi la ricerca può riflettere sull’importanza del controllo nel processo artistico. Il suono viaggia attraverso gesti controllati e movimenti inconsci, mettendo in discussione il sottile confine tra il suono che consideriamo accettabile o non accettabile, giusto e sbagliato. Questa ricerca si avvale dell’uso di strumenti tradizionali, come anche di modelli da mancini, di varia tipologia (chitarre classiche, elettriche, acustiche), col fine di fornire risultati di ampia applicazione ed interesse al mondo chitarristico sia dei destri che dei mancini.
Ti andrebbe di svelarci alcuni dei tuoi progetti futuri?
Mi sento di svelare alcuni progetti che verranno pubblicati presto, a partire da gennaio 2026, e di cui sono molto orgogliosa. Ho realizzato un album in duo con la violoncellista statunitense Theresa Wong, registrato nel 2023, che è il risultato di una splendida giornata di improvvisazione nello studio Niton Lab a Barasso immerse in una concentrazione stimolante. È ormai completo anche un altro lavoro registrato al Niton Lab, che ha avuto un tempo di lavorazione molto lungo: si chiama “Monologo addosso” ed è una raccolta di brani composti sui testi della poetessa Elena Cornaggia. Ho lavorato insieme alle cantanti Maddalena Ghezzi e Beatrice Arrigoni ed abbiamo avuto la fortuna di avere Luca Martegani come produttore del lavoro. In quest’opera abbiamo lavorato con un organico particolare: tre voci, chitarra elettrica ed elettronica; i nove brani realizzati comprendono composizioni definite, partiture aperte ed improvvisazioni quasi libere, restando sempre in forte contatto con i suoni ed i significati dei versi di Elena. Infine, sto affinando i dettagli per un’altra pubblicazione a cui sono molto legata: un album in duo con il chitarrista Simone Massaron. Il nostro duo Kreis è ormai attivo da molti anni ed abbiamo sentito il desiderio di confrontarci con la registrazione in studio di nostre improvvisazioni libere: sarà un anno con molte release e non posso che esserne soddisfatta!